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Itaker – vietato agli Italiani, dal 29 novembre in sala


Fonte: Ondacinema
Tanti applausi e consensi ieri, durante la presentazione alla stampa di “Itaker – vietato agli Italiani”. L’opera seconda di Toni Trupia, inspiegabilmente snobbata dai festival di Roma e Torino, uscirà in sala il prossimo 29 novembre distribuito da Cinecittà Luce. Nel cast, presente ieri al gran completo, troviamo Francesco Scianna (Baaria, Vallanzasca), l’esordiente Tiziano Talarico e   in un piccolo,  ma significativo,  ruolo Michele Placido. Ed è proprio lui a spiegare ai giornalisti presenti in sala la discutibile esclusione dal giro dei festival italiani. «Il nostro film non l’ha voluto nessuno. Alcuni ci hanno detto che è troppo ‘classico’. Peccato. Comunque saremo a Berlino in un evento dedicato ai 60 anni dell’emigrazione italiana in Germania», dice Placido che Itaker lo ha anche coprodotto con la sua Goldenart insieme a Mandragora movies e Rai Cinema.

Al di là delle polemiche c’è comunque un film che sicuramente avrebbe meritato più attenzione in ragione delle tematiche affrontate.  E’ una storia sull’emigrazione, quella degli italiani in Germania negli anni ’60,  ma è soprattutto la storia di una paternità ritrovata e della ricerca di un’identità perduta. Un percorso comune che finirà per legare i due protagonisti.  Pietro, un bambino di nove anni orfano di madre (Tiziano Talarico), parte per ritrovare il padre emigrato in Germania, di cui da tempo non si hanno notizie. Insieme a lui c’è un sedicente amico del genitore Benito Stigliano (Francesco Scianna), un ‘magliaro’ napoletano che, dopo otto mesi trascorsi in carcere, è alla ricerca solo di un riscatto personale in terra tedesca. Cinico, scontroso e incattivito dalle ingiustizie subite, Benito all’inizio non si fa tanti scrupoli ad usare il bambino per raggiungere i suoi scopi. Ma il doversi prendere cura – volente o nolente – di Pietro, toccherà corde emotive che l’uomo non pensava di avere. Fa da sfondo alla nascita di questo insolito rapporto padre-figlio, una realtà dimenticata da molti, quella della comunità di italiani immigrati (i cosiddetti “itaker”, gli “italianacci”, come venivano chiamati), uomini soli e disperati, lontani dal loro paese e dall’affetto delle loro famiglie, quotidianamente umiliati e disprezzati dai tedeschi.

«L’ispirazione per la storia è nata da un racconto che Placido aveva sentito durante un viaggio in treno», racconta Toni Trupia.  «Non era nei miei progetti un film sull’emigrazione. In più lavorare con un bambino, mi terrorizzava. Poi ho scavato nella mia storia personale, perché l’emigrazione fa parte della mia famiglia è emigrata in Belgio, ancora oggi infatti molti miei parenti vivono in Belgio. Lì hanno trovato il benessere, ma anche tanta solitudine. Ma è solo quando, assieme allo sceneggiatore Leonardo Marini, abbiamo legato al tema dell’emigrazione quello universale della paternità che tutto mi è stato più chiaro. Poi durante la scrittura sono andato a fondo sull'argomento rendendomi conto che il tema della seconda immigrazione – quella degli anni ’60 – è stata quasi rimossa. Si è parlato tanto della prima,mitizzata in film come Il Padrino – Parte II  o di recente con Nuovomondo, ma della seconda non si parla. Forse perché è avvenuta nel momento del boom economico. A quel punto non si emigrava per sopravvivere, ma per adeguarsi allo status e trovare i soldi per comprarsi il frigorifero». La lontananza anagrafica del regista, classe 1979, dal periodo storico raccontato nel film, è stata affrontata da Trupia anche attraverso riferimenti sia visivi che letterari: «Ho letto le lettere degli operai italiani emigrati in Germania contenute nel libro di Roberto Sala e Giovanna Merzagora, Radio Colonia, e guardando film come Pane e cioccolata interpretato da Manfredi a cui si ispira il personaggio di Francesco Scianna». 

Scianna, di origini siciliane, si è calato alla perfezione nel ruolo di un napoletano in bilico tra furbizia e ingenuità, trasferendosi per un mese e mezzo a Napoli per studiare il dialetto e conoscere i veri magliari.  «Sul set alla fine di ogni scena chiedevo alla nostra segretaria di edizione, Ilaria, che è napoletana, se andavo bene. E la sera leggevo tanto Eduardo», racconta Francesco Scianna che ricorda di non aver avuto alcuna esitazione nell’accettare di far parte del progetto: «Quando è arrivata la telefonata di Placido per sondare il mio interesse, ho accettato subito senza nemmeno leggere la sceneggiatura, come fu per Vallanzasca. Poi quando ho letto il copione ho subito visto che c’era arte, cuore e passione e una storia molto bella». «E’ stata un’esperienza importante interpretare un personaggio che vive questo grande conflitto interiore – continua Scianna -. Sino ad oggi mi sono mosso tra difficoltà mie di questo mestiere, ma per fortuna credo che con l’impegno si vada avanti, si cresca,  e per me, con questo film, sento di cominciare come  attore».



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