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Romanzo di una strage, la verità su Piazza Fontana secondo Giordana

Fonte: Giornalettismo.
Il 12 dicembre 1969 a Milano come nel resto dell’Italia, mancano tredici giorni a Natale. Il clima di festa viene squarciato alle 16,37 da un grande boato. Giunge dall’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana. Un ordigno, composto da sette chili di tritolo, esplode nel salone centrale affollato come tutti i venerdì per le contrattazioni del mercato agricolo. Il bilancio è di diciassette morti e ottantotto feriti. Nei minuti successivi, altre tre bombe esplodono nella Capitale, un quarto ordigno viene trovato inesploso in Piazza della Scala a Milano. Viene subito seguita la pista anarchica, che porta all’arresto e all’incriminazione di Pietro Valpreda. Un altro anarchico, Giuseppe Pinelli, muore innocente il 15 dicembre cadendo dal quarto piano della questura durante un interrogatorio. Solo nel corso degli anni si parlerà di terrorismo nero e di una cospirazione che lega ambienti neofascisti veneti a settori deviati dello stato.


Arriva in sala il 30 marzo "Romanzo di una strage", il nuovo film di Marco Tullio Giordana che racconta quasi si trattasse di un romanzo, i capitoli più oscuri che precedettero e seguirono la strage di Piazza Fontana, la madre di tutte le stragi, dopo 43 anni ancora senza colpevoli. Ma se la verità giudiziaria è stata coperta da depistaggi e insabbiamenti in nome della Ragion di stato, il film di Giordana ci restituisce quella verità storica che, malgrado tutto, è riuscita ad emergere in questi anni e a depositarsi nella memoria collettiva. E’ un film che si rivolge soprattutto alle nuove generazioni, a chi non sa e ignora, ma ha il diritto di sapere quanto abbia significato quella bomba per la storia del nostro paese. 

La sceneggiatura, scritta dallo stesso Giordana insieme a Stefano Rulli e Sandro Petragli, si ispira al libro del giornalista Paolo Cucchiarelli, “I segreti di Piazza Fontana”, e ripercorre quel triennio di fuoco vissuto dall’Italia, dall’autunno caldo del 1969 al 1972. Al centro della vicenda ovviamente la ricostruzione della strage di Milano, ma anche tutto quello che successe dopo, dalla misteriosa morte dell’anarchico Pinelli, alle indagini, ai sospetti su organi dello stato deviati, fino al tragico omicidio del commissario Luigi Calabresi, preceduto da un ingiusto linciaggio mediatico perché ritenuto responsabile della fine di Pinelli. Nel cast troviamo alcuni dei più bravi interpreti del panorama cinematografico italiano attuale, tra cui spiccano Pierfrancesco Favino (Giuseppe Pinelli), Valerio Mastandrea (Luigi Calabresi) e Fabrizio Gifuni (Aldo Moro).

Secondo una diffusa teoria interpretativa, lo scoppio della bomba di Piazza Fontana è stato l’inizio della cosiddetta strategia della tensione, preludio tragico di quella lunga stagione di sangue e violenze nota come anni di piombo. Eugenio Scalfari sulle pagine de La Repubblica ha usato una metafora calzante per spiegare cosa sia questa strategia. Pensate ad un triangolo, di cui “la destra estrema, la sinistra estrema, lo stato deviato” ne rappresentano i lati. Un triangolo che “ha ‘impestato’ il Paese per mezzo secolo impedendo alla democrazia italiana di crescere condannandola a una perenne fragilità”.


Chi quella democrazia avrebbe dovuto difenderla ha coperto e finanziato forze politiche estreme affinché la destabilizzassero con ogni mezzo, anche illecito. «Ma lei crede che uomini dello Stato possono essersi macchiati le mani del sangue di innocenti?» chiede il Prefetto D’Amato al commissario Calabresi in una scena del film. Questa domanda gli italiani continuano a farsela, e non c’è nessuna risposta che abbia un senso.
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